Il cliente è arrivato verso metà mattina, quando il flusso in negozio era regolare e l’aria già un po’ pesante per via del caldo e del ferro.
Aveva l’andatura di uno che entra con un’idea precisa, ma lo sguardo perso di chi ha dimenticato esattamente quale.

Si è messo a girare tra le corsie da solo, toccando tutto: guanti da lavoro, cacciaviti, bulloni, tappi di gomma. Ha aperto tre confezioni senza motivo, chiudendole malissimo, ha sistemato male una pila di viti sfuse e ha armeggiato un po’ col nastro isolante come se fosse un serpente da addomesticare.

Ogni tanto si fermava.
Guardava un oggetto.
Lo rigirava in mano.
Lo riposava.
E poi sospirava come se gli mancasse l’ultima tessera del puzzle della vita.

Ha preso in mano un metro flessibile, lo ha tirato fino a due metri abbondanti.
Poi lo ha lasciato andare, e ha colpito il bordo dello scaffale facendo sobbalzare un pensionato che guardava le brugole.
Non ha chiesto scusa.
Ha solo sorriso, come se fosse una specie di prova tecnica.