Ore 7:18.
Giro il caffè alla signora della tombola, faccio un cenno al panettiere che prende il solito e poi arriva lui.
Il signor F.
Lo chiamo così, perché “signore” è già troppo e il resto non lo posso dire.
Ogni mattina prende un cappuccino.
Sempre.
Ogni volta diverso.
Ogni volta sbagliato.
Oggi vuole che sia “tiepido ma non tiepido normale, tiepido come se fosse stato caldo cinque minuti fa.”
Annuisco.
Traduco nella mia testa:
“caldo, ma con ansia”.
Lo faccio.
Glielo porgo.
Lui lo guarda, non lo tocca.
“Eh, lo sapevo. Troppo caldo.”
Sorrido.
Un sorriso che se lo analizzi al microscopio trovi i resti delle mie notti insonni, i sogni infranti e almeno due bestemmie silenziate.
“Vuole che glielo rifaccia?”
“No, ormai è andata. Ma ci tenevo a farle notare che è troppo caldo.”
Dice “notare” come se fosse un favore.
Come se avesse salvato la reputazione del locale con la sua bocca d’oro.
Va a sedersi.
E mentre io lavo tazzine, taglio brioches e schivo ordinazioni urlate da gente senza voce, lui mi guarda.
Non per parlare.
Ma per controllare che io abbia recepito la lezione.
Sorrido ancora.
Nel frattempo, dentro sto urlando in una lingua che non esiste, con i sottotitoli in “vattene”.
Alla fine esce, paga svogliatamente, e dice:
“Domani ci riproviamo. Ma tiepido da subito, eh?”
Gli dico certo.
E dentro, già mi preparo a servirgli il cappuccino perfetto.
Logorante o Logorroico?
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